Traversata delle valli del Monte Rosa e del Cervino: reportage
Da Macugnaga ad Alagna per il Colle del Turlo
Sabato 18 agosto 2001, ore 6.00: ecco la sveglia, é ora di partire. La parete del Rosa che sovrasta Macugnaga si fa intravedere tra nuvoloni scuri addossati al
fondovalle ma qualche sprazzo di cielo azzurro ci fa ben sperare.
Una veloce colazione e siamo alla partenza, alla frazione Borca. Dietro un bel cassonetto dell'immondizia ecco un sentierino umido che sale tra le piante, e giunge sulla stradina che porta al
piccolo lago artificiale delle Fate. Davanti a noi si apre il lungo vallone del Turlo, molto lontano si intravede l'insellatura del colle. "S'ha da fà", si pensa, e incuranti del
nostro nemico sulle spalle, ci incamminiamo.
La stradina si trasforma in una carrareccia, e poi in sentiero, nei pressi di un profondo canalone con residui di valanga, cosa sorprendente vista la misera quota di 1400 mt.
Al di sopra di un costone la carrareccia si trasforma in una meravigliosa strada militare, a pendenza costante e con lunghi, eterni tornanti, che ci fanno arrivare al nostro bel colle,
immerso nella nebbia, e battuto da un fresco venticello (in pochi secondi ci ricopriamo con tutto quello che riusciamo a trovare nello zaino, guanti e berretto inclusi - si gelava).
Un velocissimo pranzo e poi giù di corsa, sempre sull'ormai mitica strada militare, che dopo l'alpe Mittentheil si trasforma in semplice mulattiera e scende ripida nel bosco,
massacrandoci le ginocchia, fino in vista del rifugio Pastore.
In breve arriviamo sul piazzale dell'Acqua Bianca, giusti gisti per la navetta per Alagna. Ci buttiamo a pesce, e con molte difficoltà, rimanendo incastrati tra i sedili per via dello
zaino, riusciamo infine a sederci..In pochi minuti evitiamo massacranti e monotoni km di asfalto... se non fosse che, nei pressi di un piazzale, ben lontano dal paese, tutti scendono, e noi
con loro.
Ci guardiamo un po' stupiti, poi cominciamo a sudare freddo vedendo che il bus riparte, verso Alagna...Dobbiamo ringraziare un buon'uomo che ferma il bus, e con 4 balzi siamo di nuovo sopra
il mezzo, che prosegue la sua corsa verso il paese, evitandoci altri 3 km di asfalto, che sarebbero suonati come una beffa!
Giunti davvero ad Alagna scendiamo e ci dirigiamo verso il camping, gestito da una famigliola di chiare origini tedesche (non siamo forse nella terra dei Walser?).
La "capa" di tutta la baracca ci scorta (!) fino alla nostra piazzola. Il montaggio della tenda é un divertimento assicurato: non ho mai trovato tante pietre, non si riesce a piantare un
solo picchetto senza trovare un macigno, e uno dei poveri picchetti di alluminio si piega a questa sofferenza: il povero "capitan uncino" rimarrà inutilizzabile e pietosamente deforme
per tutto il trekking.
Un po' di relax, e poi la cena, consumata scomodamente seduti sulle pietre, sognando braciole e salsiccia che un fortunato camperista cuoceva in quantità pantagrueliche a poche piazzole
dalla nostra. Verso le 21.30, quando ormai stavamo per entrare nel dolce mondo dei sogni, una voce profonda mi desta: "roby!".."eh?".."non abbiamo pagato il campeggio"..mezzo secondo per
realizzare..."porc..!". Siamo saltati come due molle per adempiere al nostro dovere, anche perché non era bello lasciargli i nostri documenti e andare via senza pagare...
Chiusa la parentesi fantozziana possiamo tornare a dormire.
Da Alagna a Gressoney-St-Jean per il Colle Vadobbia
Domenica 19 agosto 2001, ore 6.00: piove? Non piove? E' dalle 5 del mattino che ogni tanto cade qualche goccia, non troppo convinta, per la verità.Mettiamo il muso
fuori: il tempo é decisamente discreto.
Rapidamente, molto rapidamente smontiamo la baracca e senza far colazione corriamo alla fermata del pullman fantasma. Fantasma, perché la figliol(on)a della "crucca" del camping, in
un gergo misto tra tedesco e italiano (?!), ci aveva "chiaramente" detto che non c'erano bus, la domenica.
E invece sì, quindi saltiamo sul mezzo e dico all'autista che scendiamo a Riva. Giunti a Riva Valdobbia alta l'autista tira dritto. Seconda fermata, Riva di mezzo: dritto. Si avvicina
la terza. "Ma quella non era Riva?" Gli chiede Enrico. "Eh, ma se non me lo dite, di solito vanno tutti fino a Vercelli"...
Vi risparmio i commenti che abbiamo fatto.
Abbiamo evitato 3-4 km di asfalto (che vergogna, ci verrà più tardi rinfacciato), ma li paghiamo con questo centinaio di metri di dislivello in più grazie a quel genio
dell'autista. Breve colazione in piazza, e poi comincia il calvario. Strada asfaltata fino a Vogna Inferiore, con tutte le ossa doloranti, e lo zaino che sembra pesare il doppio di ieri.
È una sofferenza.
Prendiamo la mulattiera che sale a Oro con le sue caratteristiche abitazioni walser, e che si trasforma poi in sentiero, rimanendo alto sul fondovalle, toccando le più caratteristiche
frazioni della lunga, eterna Val Vogna.
Con centinaia (polemica con chi ha deciso il percorso - vero Enrico?!) di leggeri saliscendi giungiamo a Peccia, da dove la situazione si fa davvero dura. Il sole picchia forte, e il sentiero
ora sale di brutto. Neanche un'oretta e dobbiamo fermarci per il pit-stop: rifornimento carburante e cambio della carrozzeria, ma i nostri tempi non sono sicuramente quelli che faranno
Schumacher, Barrichello e la Ferrari nelle stesse ore in cui noi soffriamo.
Ma invece di vedere un nastro di asfalto davanti agli occhi, noi abbiamo il lungo ramo della Val Vogna che porta al Colle Valdobbia, che si rende visibile dopo uno spallone. "Siamo in vista
del colle". Sì, col cavolo. In vista sì, ma vicini no! Comunque con un lungo traverso a mezzacosta, un sole cocente, non poca fatica, giungiamo anche noi al nostro traguardo
intermedio, l'Ospizio Nicolao Sottile al Colle Valdobbia, a 2484 mt, che non ospita nessuno visto che é chiuso. Davanti a noi si apre la valle di Gressoney, nubi coprono le vette oltre
i 2800 mt, ma il sole c'é, ed é anche piuttosto caldo.
Un veloce spuntino (2° pit-stop) e poi la discesa in Vallèe, per un ripidissimo sentierino, tra i pascoli verdeggianti.
Tocchiamo le Alpi Cialfrezzo Superiore e Inferiore e entriamo nel lariceto, dal quale si aprono spesso buone vedute sulla valle, e in particolare sulla grande frana di Weissmatten, ricordo
del disastro di Ottobre, che ha ferito la montagna in maniera molto evidente. Rapidamente (si fa per dire) e con le ginocchia che scricchiolano, i piedi che urlano e le spalle che piangono,
arriviamo alle case di Valdobbia, e poi a Gressoney St. Jean, dove ci mescoliamo male con i villeggianti: loro tutti ben vestiti, noi stanchi, accaldati e affamati.
E' stata davvero lunga, ma il nostro Gran Premio l'abbiamo vinto: mentre Schumacher e soci festeggiavano il Mondiale appena conquistato, per noi la cerimonia del podio consisteva in un
gelato tonificante!
Ma eccoci diretti al campeggio.
Il primo impatto non é dei migliori: nella piccola area delle tendine razzolano alcune galline provenienti dalla cascina vicina. Strano, neanche una rete. Boh? Reception chiusa.
Boh?
Dalla cascina poi esce un uomo barbuto. E' un malgaro, vero? Boh? Arriva lì, parla con un tizio, ci ignora per 10 minuti, poi apre la reception. "Siamo in due con una tendina".
Silenzio. "C'é posto?" Chiedo. Silenzio. "Non c'é posto?" Silenzio. Al che comincio a rompermi le scatole. "Da dooovee arrivaaateee???" Tuona il barbuto. Da Alagna, rispondiamo.
Poi mi indica, e fa "Soottilee". "sì, sono sottile, ma arriviamo da là".
Meglio sorvolare sul resto del dialogo, ma é chiara la leggera presa per il deretano (non ne capisco il motivo) nei nostri confronti.
Mah, ma dove siamo capitati? Esaurita questa pratica, ci piazziamo stanchi morti tra le galline che ci razzolano intorno. Una lavata e freschi ma non proprio riposati, ci prepariamo per la
cena,e poi finalmente a nanna: domani ci aspetta il Pinter, che non promette una passeggiata rilassante.
Da Gressoney St-Jean a Fiery per il Colle del Ranzòla
Lunedì 20 agosto 2001, ore 3:00: una, due , tre gocce. Accidenti, piove. Diluvia dalle 3 alle 6:20, alle 5:15 suona un inutile sveglia, neanche a pensare di partire.
Poi, alle 6:40 metto il naso fuori: ma che bello, cielo coperto e nubi intorno ai 2000 mt.
Allora due possibilità si presentano: colle della Bettaforca con gli impianti, oppure il Colle Ranzola. Nel tempo che riordiniamo tenda e idee, il cielo si schiarisce, tranne il
vallone del Pinter, assediato da nebbie scure. Si decide: allora Ranzola? Ok!
Partiamo alle 7:50, ci dirigiamo verso il castello Savoia, e poi alla partenza del sentiero del colle, un bel cartello: "Sentiero chiuso". Boh?
Dopo 20 minuti, altro cartello, proseguiamo ancora un po', poi é necessario un consulto. Telefoniamo all'APT che non troviamo. Ok, allora chiamo il comune. Risponde l'impiegata che ci
rimanda all'ufficio tecnico che mi rimanda ad un'altra signorina che chiede ad un collega il quale chiama un'altra signorina la quale mi da il numero dell'assessore ai lavori pubblici.
Accidenti, siamo arrivati in alto!
Con molta gentilezza ci informa che ufficialmente il sentiero é chiuso per una frana dell'alluvione di ottobre, ma si può passare con le dovute attenzioni. Evvai!!
Ripartiamo, per il bel sentiero tra abeti e larici, decisamente più in forma rispetto a ieri. Si esce dal bosco su dei bellissimi pascoli disseminati di vacche valdostane, e anche la
vista si apre un po' sui ghiacciai del Rosa e sul lontano colle Valdobbia, con il ben visibile ospizio.
Arriviamo al colle battuto da un vento moderato e freddo che sale dalla Val d'Ayas. Il panorama dal colle é molto ampio, sulla valle centrale, oltre il col de Joux, e sulla catena di
montagne tra la Tersiva e l'Emilius; seminascosto dagli immancabili cumuli, ecco il gruppo del Gran Paradiso.
La discesa sull'opposto versante conduce in breve alla noiosa strada prima sterrata, poi ahinoi asfaltata che porta ad Estoul.
Giunti ad Estoul, constatiamo che sarebbe meglio trovare il sentiero che scende su Brusson, ma finiamo nel cortile di una casa prima, e su un bel muro di sostegno alto sei metri sulla strada
poi.
Ritornati sulla retta via, ci incamminiamo lungo la strada, mettendo in atto la tecnica del "dito", il buon vecchio autostop. Ci ignorano almeno una quindicina di macchine, non con tutti i
torti, vista la mole del nostro bagaglio!
Ma ecco il nostro salvatore: in un bel tornante una jeep ci vede, rallenta, si ferma: et voilà, eccoci a Brusson, freschi e riposati. Ringraziato il nostro autista, ci stravacchiamo
comodamente sulle panchine del parco giochi, giusto a fianco della fermata del bus per St.Jacques.
Finalmente possiamo mangiare da cristiani, seduti sulle panchine, al sole, mentre sull'alta valle incombono grossi cumuli minacciosi.
Alle 14.38 ecco il pullman, che ci evita giusto quei 12 km di strada asfaltata, e anche una bella grandinata.
Scesi a St.Jacques facciamo rifornimento, e poi cominciamo a salire per la mulattiera, con il raffreddamento ad acqua inserito: infatti un bel rovescio ci accompagna per almeno un quarto
d'ora. In mezz'oretta arriviamo al vecchio albergo di fine ottocento di Fiery, posto in stupenda posizione panoramica.
Alle sue spalle si trova un meraviglioso lariceto, posto su un dosso, magnifica posizione per una tenda: e infatti, a 5 minuti dall'albergo troviamo un bel praticello verde verde, immerso
nel silenzio, che sembra dire "sì, questo é il posto giusto". Non ci pensiamo due volte, stasera si sta qui: vicino alle case, visti i nuvoloni non si sa mai!
Ci rilassiamo un po, poi é ora di montare il campo. Consumiamo una cena pantagruelica, e quindi ci guardiamo un po' intorno prima di andare a dormire.
È davvero un gran bel posto, questo. Al di sopra dei prati e delle case di Fiery dominano il Ghiacciaio di Verra e la sagoma del Polluce, verso valle la vista si spinge fino al fondo
della Val d'Ayas, proseguendo il giro si posa l'occhio sui rocciosi ed imponenti paretoni del Tournalin, del Monte Croce e della Roisetta, ancora avvolti da cumuli frastagliati e
biancheggianti.
La vista dal terrazzino del vecchio albergo é davvero splendida, la fronte dell'Albergo Pensione Bellavista, della seconda metà dell'ottocento, fa fede al suo nome, con il bel
balcone di larice invecchiato proteso come un pulpito sulla valle.
Visto nell'aria della sera aumenta il suo fascino... mi piace molto questa architettura dei vecchi alberghi alpini, con quel clima da inizio novecento, ora immersi in un certo senso di
decadenza...
Dopo queste riflessioni, non ci resta che andare a nanna, con il cielo ormai sereno che lascia ben sperare.
Da Fiery a Maen per il Colle Inf.re delle Cime Bianche
Martedì 21 agosto 2001, ore 6:00: finalmente un cielo sereno ci accoglie all'uscita dalla tenda, l'aria frizzante a 6° tonifica lo spirito, il silenzio regna
sovrano: che pace!
Facciamo una gran bella colazione e poi siamo pronti a partire, mentre il primo tiepido sole bacia le vette del Tournalin e del Monte Croce. Mentre ci accingiamo a partire notiamo, cosa
abbastanza inquietante, le sagome dei nostri corpi impresse sul terreno: wow! Sembrano due tumuli! Dopo questa, meglio partire.
Il sentiero attraversa il torrentello e comincia a salire tra i larici, uscendo poi su terreno più aperto nei pressi di alcuni vecchi alpeggi, il sole inonda la valle. Guardando i
pendii sostenuti che salgono verso il Monte Croce, mi chiedo come diavolo ho fatto a salirlo con gli sci a marzo, sembra impossibile.
Sul lato opposto della valle é ben visibile la traccia pianeggiante del Ru Cortod, notevole opera di archeo-ingegneria idraulica: é un canale che serviva a portare l'acqua da
questo vallone fino al col de Joux. Si continua a salire, attraversando alcuni pianori acquitrinosi, ricchissimi di acqua.
Toccata l'alpe Mase si sale con a destra il ghiacciaio di Ventina che culmina con la Gobba di Rollin. La vista é molto ampia sulla testata del vallone, con a sinistra le
caratteristiche Cime Bianche, e a destra fa capolino la vetta della Gran Becca.
Giunti ormai sotto il Colle Inferiore delle Cime Bianche, in pieno Domaine Skiable, notiamo addirittura delle vacche al pascolo, cosa alquanto curiosa vista la quota a cui ci troviamo, quasi
2900 mt: in effetti queste povere bestie non sembrano molto felici!
In breve siamo al colle, sul quale arriva uno skilift un po' vetusto, e dal quale la vista si apre sulla Valtournanche.
Cervino? Neanche l'ombra, e poi una coltre di cumuli copre tutto oltre i 3000 mt.
Cerchiamo di individuare il colle di Valcournera sull'opposto versante ma non é semplice: chiediamo aiuto a quello che si rivelerà essere il gestore degli impianti di risalita;
prima gentilmente ci spiega dove si trova quel colle, al momento non visibile, poi il suo discorso degenera: "E' presto adesso, (ore 10:50, n.d.r.), dovete fare almeno la Roisetta (il che,
con i nostri bei zainoni, richiederebbe giusto quelle 4-5 ore in più..)" Sì, col cavolo che facciamo la Roisetta.
E si congeda invitandoci a prendere la funivia per rimpinzargli le tasche ( "così mi lasciate 10000£ a cranio"): sarà, ma io leggo di nuovo una leggera presa per i
fondelli..
Scendiamo lungo la ripidissima strada di servizio dello ski-lift, in un ambiente che dopotutto non é stravolto da piste e sbancamenti come la Conca del Breuil, ma la quantità di
"fauna" ci fa capire di essere rientrati nel mondo civile (si fa per dire, ovviamente).
E giunti alla funivia, visto che "é troppo presto", scendiamo a piedi, per una bella mulattiera, prima tra i pascoli, con vista sulle Grands Murailles, e poi nel bel bosco di larici,
dove ci fermiamo a mangiare sotto un bombardamento di pigne (?)...
Giungiamo a Valtournenche sotto un solleone, molto, molto accaldati.
Sono solo le 14 e ci svacchiamo sulle panchine all'ombra davanti all'APT. Quando questo apre, grazie alla Signorina Ornella ci illudiamo di ottenere buone notizie sulla percorribilità
del nostro caro colle di Valcournera, che ci assilla già da un po'.
Fatta la spesa per l'ultima cena (non fraintendiamo!), scendiamo a Maen per la vecchia mulattiera, e ci fermiamo ancora per chiedere informazioni sulla fermata del autobus di linea ad un
negoziante di chiare origini partenopee, tra l'altro senza molto successo.
Comunque anche oggi arriviamo al campeggio, con in testa molte pretese (un posto che sia: all'ombra, lontano da inglesi (vedi Tour du Mont Blanc), casinisti, bambini urlanti, ecc, insomma per
stare tranquilli e al fresco), ma alla fine saremo sì tranquilli, ma in pieno sole, senza un filo d'ombra!
Ma ecco la nuvoletta davanti al sole che ci regala la frescura, accentuata poi da una bella heineken, per rilassarsi un po' in vista del tappone finale. Dopo una lauta ed abbondante cena, non
ci resta che gettarci tra le braccia di Morfeo, che ci accoglie presto, dopo quella cena annaffiata da una bottiglia di ottimo e distensivo Grignolino d'Asti...
Da Maen al Lago di Place Moulin per il Colle di Valcournera
Mercoledì 22 agosto 2001, ore 5:45: noo, la sveglia nooo! Quel Grignolino era una bomba, mai dormito così bene..Con movimenti ormai automatici ci prepariamo
alla luce delle frontali, in 45 minuti (record del giro) siamo pronti, colazione compresa, e ci avviamo alla fermata del bus, che quasi puntualmente arriva alle 6:40, con soli 2 minuti di
ritardo.
In 10 minuti siamo a Valtournanche, siamo persino riusciti a vedere l'agognato Cervino da un tornante, per 10, dico 10 miseri secondi.
Dalla piazza principale del paese scendiamo alla partenza del sentiero per il lago di Cignana, che sale prima ripido tra i larici, poi attraversa a mezzacosta in leggera discesa il versante
ripido e boscoso, con alcuni bei tratti con ringhiera in legno, e panchine, nonché quelli che hanno tutta l'aria di essere disegni e simboli satanici, dipinti su un masso...
Si passa sotto un'enorme balma rocciosa e poi si comincia a salire, arrivando alla centrale intermedia dell'impianto idroelettrico di Cignana... nell'esatto momento in cui il sole sorge dal
Grand Tournalin.
Si rientra presto nel bosco per aggirare il costone della montagna, dopo di che si entra in vista della diga di Cignana.
Quando vi arriviamo, salita la scaletta metallica che porta sull'opera, notiamo con sorpresa che il bel lago di Cignana é ridotto a una pozzanghera: il bacino infatti é
completamente vuoto (in effetti é in ristrutturazione la centrale Enel di Maen). Vabbé, pazienza.
Proseguiamo quindi per la strada che costeggia il bacino, e cominciamo ad osservare l'itinerario di salita al bivacco Vanenti e al Rifugio Perucca, ben visibili.
Giunti nei pressi dell'Alpe Cignana imbocchiamo un sentierino che con un lungo mezzacosta porta ad attraversare su una cengia attrezzata il passaggio chiave per accedere al bellissimo
altipiano pascolivo superiore, dal quale si hanno belle vedute sull'ardita Punta Tzan, e sullo spartiacque Val d'Ayas-Valtournanche.
Con qualche spuntino intermedio cominciamo una più dura salita che porta al microscopico bivacco Vanenti, e successivamente tocchiamo il bel lago Dragone, semigelato, e in breve il
rifugio Perucca Vuillermoz, chiuso. Ora é ben visibile il nostro bel colle.
Bello si fa per dire, ovviamente. Sono visibili due insellature, entrambe innevate, ma quella a sinistra presenta delle tracce: é quello il colle di Valcournera.
"Di lì dobbiamo passare per forza", si pensa, e quindi via!
Il sentiero prosegue sulla morena di qualche antico ghiacciaio, e si porta sul nevaio che conduce al colle.
Il primo tratto é poco inclinato, poi dopo una fascia di mobili sfasciumi, la pendenza aumenta notevolmente e il canale si restringe. Io passo in testa, e comincio a salire, sfruttando
i buchi già esistenti, e piantando bene i piedi nella neve, che per fortuna non é molto dura.
Con non poca fatica, e non poca tensione, visto che se scivolo non so se mi fermo (la pendenza si aggira sui 25-30° in uscita: forse é anche di meno, ma quando ci sei in mezzo,
anche se il canale é lungo solo 60 mt, fa una certa impressione), si arriva ansanti sui ripidi, faticosissimi ultimi metri di terriccio e sfasciumi, cedevoli e instabili, al di sopra
di un saltino roccioso. Ed ecco il passo.
Siamo sul Colle di Valcournera, che, con i suoi bei 3066 mt di quota, é la "Cima Coppi" del nostro trekking. Visto dall'alto il canale che abbiamo percorso a me sembra meno ripido (non
secondo Enrico - e forse ha ragione lui); sul lato Valpelline si apre un panorama stupendo.
Domina la wilderness, qui, null'altro, nessuna traccia dell'uomo, niente rumore, solo silenzio. La croce in legno, nero e invecchiato, ha come sfondo il Gran Combim, e la selvaggia parte
alta della Comba di Valcournera.
Decidiamo di scendere un po', per pranzare in terreno più rilassante, e quindi di toglierci dal difficile.
Bella idea, peccato che ci mettiamo più di 1 ora e mezza, per toglierci dai casini. Un traccetta si abbassa con numerosi tornantini sul ripido pendio di clapeys e massi instabili,
nevai e macigni enormi.
Si arriva così sul bordo di questa tipica valle glaciale sospesa, che degrada arrotondata ma ripida fin sul bordo del salto. Il sentiero che la percorre é in molti punti
franato o franoso, per lunghi tratti esposto e non permette alcuna distrazione.
E' un peccato, perché la vista su questa parte della Comba di Valcournera é davvero spettacolare: grandi pendii di ghiaioni rossastri, magri pascoli, ripide pareti rocciose e
glaciali, e l'incredibile silenzio fanno di questo posto un luogo unico, qui si respira la vera Wilderness.
Il sentiero finisce verso i 2300 mt in un imbuto roccioso, attrezzato con una scaletta metallica, che in discesa non é molto comoda, ma che permette di superare questo salto di 3-4
mt.
Dopo questa strettoia il pendio si fa più dolce, e il sentiero scende ancora con qualche tornante fino a diventare quasi pianeggiante sul fondo della Comba, nei pressi del torrente.
Finalmente ci possiamo fermare, e un lauto pranzo ripaga della fatica.
La giornata é sempre fantastica, il cielo azzurrissimo é solcato solo da alcuni cirri in continuo movimento, dalle forme davvero stupende. Resteremmo qui per ore, ad osservare
questa valle, é davvero incredibile.
"Ma é tempo per noi di tornare a casa", e quindi ci incamminiamo per il sentiero che attraversa nevai (siamo solo a 2200 mt) e pietraie, e nel caldo sole del pomeriggio Enrico
assicura di vedere per ben due volte un omino blu davanti a me: ormai cominciamo ad essere davvero stanchi, e le allucinazioni avanzano...
Arriviamo sui pascoli dell'Alpe Valcournera, in vista del lago di Place Moulin, d'un colore turchese fortissimo, spettacolare. Sulla nostra destra si alza imponente la testata della
Valpelline, con la Tête de By, la Tête de Valpelline, lo Château Blanc, il Dent D'Herens..
Il nostro sentiero si inoltra poi tra i larici, con alcuni tornanti si abbassa fin quasi sul lago, dal quale spuntano gli scheletri rinsecchiti dei larici sommersi, poi con nostro grande
dispiacere, il benedetto sentiero scende ad attraversare il torrente al livello del lago, a poca distanza da un enorme accumulo di valanga (1980 mt).
La risalita che segue é breve ma dura, ma ormai siamo nel civile, non abbiamo mai visto così tanta gente nei posti che abbiamo attraversato. Nei pressi del rifugio Prayayer
incontriamo mio padre che ci raccoglie, ma non col cucchiaino: siamo stanchi, ma non stravolti, del resto oggi é stata lunga...
Un paio di foto, e poi la lunga strada a saliscendi, almeno 3-4 km, a picco sul lago, che diventa un calvario per i piedi, la cui temperatura comincia a salire incredibilmente, e dolorini
vari si interessano dei miei arti inferiori. Eccoci, ecco la diga di Place Moulin, a 1980 mt di quota, l'arrivo del nostro trekking. La prima cosa che faccio é togliermi gli scarponi,
e ohh, che bello, i sandali..fa caldo, davvero caldo, sono le 16:45, ma fa caldo: siamo partiti alle 7:00, quasi 10 ore fa, ma siamo arrivati.
Anche questa é andata, é fatta, la nostra avventura si é conclusa con una giornata campale, ma dal tempo stupendo. Non rimane che il viaggio di ritorno, prima lungo la
Valpelline, disastrata anch'essa dall'alluvione di ottobre 2000, e poi in autostrada, fin quasi a casa.
I saluti, e ognuno può andare a riposare a casa propria, chi nella calda Torino, chi, come me, nella fresca pace dei Prati di Villanova Canavese.
Ore 19:15: casa, dolce casa, ci siamo: l'avventura é finita, alla prossima!